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L'ETERNO PRIVILEGIO E L'AVARIZIA DI ADRIANO V

22 agosto 2015

 

La Legenda de Origine dei Servi di Maria (60) racconta come il cardinale Ottobuono Fieschi - che aveva concesso un privilegio (o favore giuridico eccezionale) ai frati -, nel luglio 1276 fosse eletto papa con il nome di Adriano V, ma, appena un mese dopo la nomina, morisse.

Il Signore aveva posto fine alla sua vita perché durante il suo pontificato la malizia non ne mutasse i sentimenti e l’inganno non ne traviasse l’animo.

Passò così al Cielo a ricevere l’eterno privilegio per quanto aveva fatto e per tutte le sue opere buone.

L’autore della Legenda fa capire che il privilegio concesso ai Servi di Maria non era una ingiustizia nei riguardi di altri, ma anch’esso un’opera buona. Si intuisce pertanto la difficile sopravvivenza dei poveri, laici o ecclesiastici che fossero, costretti a mendicare disposizioni eccezionali da autorità protese verso altre ambizioni. In poche frasi quindi viene rappresentata un’epoca e un ambiente che ne era il frutto.

Inoltre, pensando con realismo, si comprende come il mondo sia sempre stato quello che è, e che, in ogni tempo, la corruzione perseguiti le anime buone e si trovi pure nei luoghi che dovrebbero essere tra i più santi.

 

Anche Dante ricorda papa Adriano V nel canto XIX del Purgatorio (88-145).

Giungendo al quinto girone, il poeta incontra le anime degli avari che, stese bocconi per terra, piangono e sospirano pronunciando un verso del salmo 118: L’anima mia è attaccata alla polvere …

Il pontefice gli si rivela ricordando la sua terra di origine, situata tra Sestri e Chiavari presso una “fiumana bella” che è il torrente Lavagna, il cui nome dà il titolo della sua casata.

Poi gli narra l’essenza della sua storia che è un poco più articolata di quella della Legenda de Origine: innanzitutto ricorda come, durante poco più di un mese, provasse quanto pesi il manto pontificale a colui che vuole custodirlo dal fango.

Al paragone ogni altro incarico pesante sembra leggero come piuma.

Poi afferma che in verità aveva indugiato a convertirsi, ma appena fatto papa, aveva riconosciuto la fallacia dei beni terreni.

L’animo suo però non era soddisfatto nemmeno di avere una così alta autorità, al di sopra della quale non ve ne era altra sulla terra.

Fu allora che in lui si accese il desiderio della vita eterna.

Ma, fino alla conversione la sua anima era dominata dall’avarizia e si sentiva infelice e divisa da Dio. Ed era per questa ragione che nel Purgatorio era punito in quel modo assieme agli altri peccatori.

Anzi, in nessun altra parte del mondo ultraterreno la pena era più dolorosa di quel loro atteggiamento.

Infatti, come in vita, gli avari, tutti presi dal conseguimento dei beni mondani, non alzarono gli occhi a Dio, così, per divina giustizia, nel Purgatorio il loro sguardo era abbassato alla terra.

Allo stesso modo, dato che nel mondo l’avarizia aveva spento negli animi ogni sentimento del vero bene, e quindi era andata perduta ogni loro opera, così ora erano tenuti avvinti e legati mani e piedi, distesi a terra e immobili, per tutto il tempo che sarebbe piaciuto a Dio.

Riconosciuto un papa, Dante si inginocchia, ma Adriano lo rimprovera con fierezza:

“Raddrizza le gambe e alzati in piedi, o fratello; non sbagliare: io, tu e tutti gli altri spiriti siamo nella stessa maniera servi di una sola autorità, quella di Dio. Lo potrai capire se hai ben compreso quel santo passo del Vangelo che dice Neque nubent (Matteo 22, 29-30, alla resurrezione né gli uomini prendono moglie, né le donne marito, ma tutti sono come Angeli di Dio“).

Poi manda via il Poeta perché non gli faccia perdere tempo e quindi ritardare l’espiazione. Un suo ultimo pensiero però va alla nipote Alagia Fieschi, moglie di Moroello Malaspina, considerata nel mondo donna buona e santa, purché i cattivi esempi della famiglia non la rendano malvagia. Era l’unica persona rimasta a lui nell’altro mondo, la sola in grado di pregare per lui.

 

Trop est avare, a qui Dieu ne suffit – a soli 22 anni Barbe Avrillot Acarie, poi suor Maria dell’Incarnazione, carmelitana francese († 1618), fu toccata profondamente da queste parole che appartenevano a Sant’Agostino (trattato VIII sulla Lettera di San Giovanni). Il Dottore Serafico infatti affermava che l’avarizia era la radice di tutti i mali in quanto il primo uomo non si era contentato della somiglianza con Dio e di avere ricevuto un potere assoluto su tutti gli animali (cose che gli sarebbero dovute bastare), ma desiderò di essere uguale a Dio e di non dipendere dalle sue leggi.

In questo fu avaro. Infatti, chi è più avaro di colui al quale Dio non è sufficiente?

 

di Paola Ircani Menichini - tutti i diritti riservati