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Santa Maria Madre della  Speranza

 

La speranza è il sole della vita.

Quando esso viene a mancare, l’anima dell’uomo si intristisce, non ha più ragioni per agire e tutto diventa cupo, Allora la disperazione, purtroppo non è lontana.

Per il cristiano, la speranza è una virtù teologale: viene da Dio e a Dio conduce. È come un seme che è deposto in noi al momento dei sacramenti della iniziazione.

Ha bisogno di essere curato e nutrito perché possa crescere e irrobustirsi; altrimenti può indebolirsi e morire.

La speranza poggia su due fondamenta: uno riguarda Dio, l’altro noi stessi. Essi sono la fedeltà e l’attesa. Anche quando sembra che Dio ritardi, si nasconda o agisca in modi per noi sconosciuti o, addirittura, assurdi, il cristiano sa bene che l’Altissimo non delude, non viene meno alla Sue promesse.

Quindi attende, attende con fiducia sostenuto dallo Spirito Santo. L’attesa non è passiva, immobile; anzi, è piena di slancio, di desiderio ardente, di preghiera implorante.

Nell’incontro tra la fedeltà di Dio e l’attesa dell’uomo avviene la realizzazione della salvezza. Certo, la speranza è una virtù spesso molto difficile.

La precarietà della vita umana, le tante sofferenze, la constatazione delle tragedie esistenti in questo mondo, la percezione dolorosa dello scarto tra le esigenze evangeliche e l’effettiva deludente risposta del cristiano possono minare gravemente la speranza.

Essa va, dunque, continuamente sostenuta con l’umiltà, la contemplazione di Gesù crocifisso, la serena e attenta vigilanza. Bisogna pregare con la Chiesa: In Te, Domine, speravi: non confundar in aeternum (Te Deum).

Con immensa fiducia, i discepoli di Gesù ricorrono a Maria per mantenere e rafforzare la speranza. Essi avvertono con facilità che Ella può e vuole apportare il suo soccorso per un triplice motivo: Maria è madre di Gesù e nostra; è modello sublime di speranza; intercede perché non la perdiamo mai.

Maria è madre di Gesù. Gesù è, in pienezza e in assoluto, la nostra Speranza. Infatti, Egli è il Sì dell’Onnipotente alle promesse fatte. Gesù manifesta la fedeltà di Dio. Nella sua morte e resurrezione tutto abbiamo. Maria è madre della speranza perché è madre di Cristo - Speranza nostra.

È anche nostra madre: come madre ci fu donata dal Salvatore dall’alto della croce.

Chi non conosce l’amore, la dedizione, l’aiuto costante di una vera madre? Chi è madre come Maria? Ella è perfetta nell’amore materno. Il cristiano, perciò, la sente vicina come Colei che ravviva sempre in noi la fiaccola della speranza.

Maria è modello di un’esistenza vissuta nel segno della speranza: nei momenti tragici dell’infanzia del Figlio, nella comprensione difficile di un messianismo che era al di fuori di ogni logica umana, nel rifiuto ostinato del popolo, ai piedi della croce quando tutto sembrava crollare, nell’attesa dolorosa ed insieme fiduciosa dell’alba del terzo giorno, nell’umile accogliere il dono dello Spirito Santo nel giorno di Pentecoste, agli albori della Chiesa nascente.

Toccata profondamente dal dolore più acuto, ha sempre atteso l’adempimento delle promesse divine anche quando tutto faceva pensare il contrario. La speranza di Maria è un tesoro ricchissimo che il Popolo di Dio custodisce gelosamente.

E noi vi attingiamo quando vogliamo e a piene mani perché la speranza della Madre diventi, almeno un poco, la nostra speranza nel pellegrinaggio della Fede.

Maria è, infine, Madre della speranza perla sua premurosa e incessante intercessione. E la Sua intercessione è oltremodo efficace perché potente e intessuta di bontà.

È potente perché Maria è Madre di Dio: cosa viene negato alle richieste di una madre? Certo, Dio è l’Assoluto. Ma quel Dio che ha comandato di onorare la madre, ben volentieri accondiscende alla richieste di Colei che è Sua Madre.

L’intercessione di Maria è efficace perché tutta dettata dall’amore.

Ella ci vede, ci conosce; come Madre nostra comprende le nostre difficoltà, i nostri tormenti. Sa che siamo in viaggio, siamo pellegrini in questo mondo, alla ricerca della Città permanente del Cielo.

Perciò si affianca a noi, ci tiene per mano, ci conduce per vie sicure. E l’anima nostra ritrova la speranza perché sappiamo che un cuore di madre è vigilante e premuroso per noi.

Il discepolo di Gesù, durante il cammino, pieno d’amore e di gratitudine a Maria, si rivolge, salutandola:

«Salve Regina, madre di misericordia, vita, dolcezza e speranza nostra, Salve ...».

fr. Gino M. Da Valle, osm (2003)

 

 

Ti saluto Incanto

 

Kaire kecharitomene dice in greco l’arcangelo Gabriele a Maria.

I latini hanno tradotto Ave, gratiosa e in italiano suona Ti saluto piena di grazia.

La ripetizione ha reso il saluto un po’ monotono. Ma ritrova valore se a ‘piena di grazia’ sostituiamo la parola Incanto (v. un autore russo: Merezkovzkij).

Non è però un fatto solo di bellezza.

Chi parla è un arcangelo e chi scrive (Luca) sa come va intesa la parola.

Gabriele appartiene al mondo di Dio e non chiama la donna Maria o Mariam per condiscendenza o come se si trovasse in una banale conversazione, ma Kecharitomene, un attributo superiore di grande rispetto.

È il participio di charis - dono, favore, grazia. Maria è Colei che ha avuto infiniti doni: bontà, bellezza, semplicità, umiltà, purezza ...

Un lungo elenco e la sintesi in una parola: kecharitomene ...

(La SS. Annunziata, 2, 2005).

 

 

Il terribile vento di compassione

 

Gesù chiamava lo Spirito Santo Madre, perché in ebraico la parola ruah (spirito, in greco pneuma) è di genere femminile. Ruah significava anche vento terribile e straordinario, respiro, grande energia vitale e spirituale, forza di resurrezione, realtà immensa che è Dio stesso e dono universale. La ruah è descritta nel Libro della Sapienza (7, 22-23) come: ... spirito intelligente, santo, unico, molteplice, sottile, mobile, penetrante, senza macchia, terso, inoffensivo, amante del bene, acuto, libero, benefico, amico dell’uomo, stabile, sicuro, senza affanni, onnipotente, onniveggente e che pervade tutti gli spiriti intelligenti, puri, sottilissimi.

La Ruah-Spirito nell’Annunciazione (l’«Annunziata» è il titolo della nostra Basilica) discende e si incarna nel grembo di Maria per dare la vita terrena al Signore. Anche in questo caso le parole hanno un significato mistico: grembo in ebraico si dice racham, che significa anche misericordia di Dio. Pertanto, secondo alcuni, nell’Annunciazione, si svolge un dialogo tra la pietà-pazienza di Dio e quella fisica della Donna che conferma la vita al Bambino. Pensando a questo, possiamo cercare in ogni atto di compassione, come la premura verso il bisognoso, la vicinanza al malato o al prigioniero, se fatti con fede, quel misterioso legame che ci rivela - anche solo per un attimo - l’immenso amore di Dio [2003 - fonti raccolte da Paola Ircani Menichini].

 

Il Santuario della Madonna del Sasso

 

Nel 1567 Giovanni Brina dipinse una Annunciazione per la Madonna del Sasso che riprendeva quello della SS. Annunziata di Firenze.

Il Santuario è situato in Casentino vicino a Bibbiena a 11 km da La Verna.

Il nome deriva da un masso sopra il quale nel 1347 una colomba bianchissima si posò per circa un mese.

Solo i bambini e un eremita camaldolese, fra Martino da Poppi, le si poterono avvicinare.

Il 23 giugno, verso sera, una bambina di 7 anni, Caterina, vide una bellissima donna biancovestita, che la esortò all’amore di Dio e alla purezza e le diede dei baccelli, che poi la sera a casa furono trovati pieni di sangue.

Questo episodio fu un presagio della terribile peste del 1348, da cui Bibbiena e dintorni rimasero immuni.

Nel 1468 la chiesetta costruita da fra Martino intorno al masso fu affidata ai PP. Domenicani di S. Marco.

Distrutta da un incendio, venne ricostruita e riconsacrata nel 1507. Nella parte inferiore del Santuario si venera una statua in legno molto nota detta Madonna del Buio per l’oscurità in cui si trova la sua cappellina.

Immagini del Santuario della Madonna del Sasso - Su Giovanni Brina Vedi 1  Vedi 2

 

 

L'Annunziata del Capitolo Vaticano

 

 In occasione della Incoronazione del 1852 un quadro dell’Annunziata (v. foto) fu inviato dai PP. fiorentini al Capitolo Vaticano come corredo della documentazione di rito e tutt’ora si trova in questa sede.

Nella parte inferiore della tela si legge l’iscrizione:

Madonna SS. Maria delle Gratie / Imago BB. V. Mariae Annuntiatae qualis Florentiae in Eccl. Serv. Eiusd. V. Ab Anno Mcclii totius Orbis / Votis colitur et decernente R.mo S. Vatic. Basil. Capitulo Solemni Ritu Coronata VI Id. Septembr. Mdccclii [Madonna SS. Maria delle Grazie /

Immagine della BB. Vergine Maria Annunziata, oggetto di venerazione universale L'Annunziata del Capitolo fin dall’anno 1252 nella chiesa ad essa dedicata a Firenze e coronata con rito solenne, per decreto del Rev.mo Capitolo della S. Basilica Vaticana, il giorno 8 settembre 1852.

 

Il Capitolo incoronava le immagini di Maria seguendo la volontà del conte Alessandro Sforza Pallavicini di Borgonovo di Piacenza († 1638) che nel 1637 dispose che i frutti di 71 Monti di Roma fossero usati in perpetuo ... in farsi Corone d’oro a diverse Santissime Immagini di Nostra Signora con condizione che sempre vi stiano in capo (v. P. Bonci, Madonne coronate ..., Fiesole 2004).

Nel 1852 in una delle riunioni preparatorie dell’Incoronazione dell’Annunziata di Firenze - vi partecipava molta nobiltà fiorentina - il duca S. Clemente dichiarò che il cav. priore Guido Giuntini aveva fatto presente di possedere egli un Quadro a olio rappresentante la SS.ma Annunziata e che ne avrebbe fatto con vero piacere un dono, quando che la misura non si richiedesse precisissima.

La Commissione accettò la spontanea e generosa offerta e invitò il cavaliere a far parte della stessa (Archivio SS. Annunziata).

 

Link: discorso di papa Benedetto XVI al Capitolo Vaticano l'8 ottobre 2007

 

 

Il cero sospeso (il beato Gioacchino Piccolomini)

 

Il cero acceso è sospeso in aria, ben diritto, come sostenuto da una mano angelica, invisibile ai nostri occhi. Sto dicendo di uno dei miracoli famosi dell’iconografia del beato Giovacchino da Siena, dei Servi di Maria dell’Annunziata di Firenze.

... E non si tratta solo di una manifestazione spettacolare per indicare la santità del frate, perché lo spettacolo - se si può dire - continua nel beato riverso a terra, colpito da epilessia mentre sta servendo la S. Messa con il cero acceso durante la consacrazione, come si usava a suo tempo. Ma dell’identità del nostro beato, esempio concreto di carità evangelica, parleremo dopo aver illustrato la tela che è nella sua cappella - la seconda a destra entrando nel nostro Santuario.

 Purtroppo, come per altre simili situazioni esistenti nella nostra chiesa - vedi nel soffitto l’Assunzione della Vergine del Volterrano - il dipinto è quasi completamente oscurato dal tempo, dalla polvere, da qualche bruciatura di candela. La mia breve descrizione non è quindi soltanto un recupero di visibilità, ma un presentare, insieme alla devozione per il beato, l’opera di Pietro Dandini († 1712), dipinto ben conosciuto dai critici del passato e del presente.Il Dandini immagina che il fatto avvenga in una cappella dove a destra dell’altare è l’immagine della Madonna col Bambino in braccio. L’ambiente, piuttosto ristretto, è affollato di fedeli che stanno partecipando al rito eucaristico. All’altare un sacerdote è in procinto di pronunziare sull’ostia le parole della consacrazione: il beato Giovacchino come accolito, partecipa sostenendo un cero da tenersi acceso fino a dopo la comunione del celebrante.

Ma ... all’improvviso il silenzio e il raccoglimento sono turbati come se qualcosa di violento fosse esploso mettendo in agitazione l’ambiente, tanto che lo stesso sacerdote si volta per vedere cosa stia succedendo. È successo che fra Giovacchino, colpito dalla sua malattia, è caduto all’indietro e ora due uomini cercano di aiutarlo, mentre il cero che teneva con la destra è rimasto ritto e acceso nell’aria tra lo stupore delle donne e dei fanciulli che lo indicano e si domandano impauriti il senso del prodigio. Questo è il contenuto della tela del Dandini che vorremmo vedere con i nostri occhi, più che sentirne raccontare l’istoria.

Si è detto che il beato Giovacchino fu un esempio concreto di carità evangelica e proprio la sua malattia ne è la testimonianza indiscussa. Egli era nato a Siena intorno al 1258, e il calendario liturgico attuale dei Servi di Maria ne assegna la memoria al 3 febbraio. Come il beato Francesco - suo coetaneo e confratello nel convento di Siena - egli manifestò fin dalla fanciullezza una devozione e uno spiccato amore verso la Vergine Madre di Dio, tanto da sognarla e sentirla rivolgergli queste parole: Figlio dolcissimo, vieni a me: so bene con quanto amore mi ami, perciò ti ho destinato in perpetuo al mio servizio.

Giovacchino, nonostante la giovane età, in seguito al sogno aveva deciso di entrare nell’Ordine dei Servi di Maria che da un decennio aveva aperto un convento in Val di Montone, alle porte della città e che tra gli altri Ordini predicava e viveva come carisma particolare il servizio e la consacrazione a Maria. Ma trovò l’opposizione dei genitori, e dovette aspettare il 14° anno per poter essere giuridicamente libero e responsabile delle proprie scelte.

La tradizione e l’iconografia più antica ci tramandano l’episodio del convento che lo accoglie e apre la porta prima ancora che il giovane bussi e qualcuno dall’interno gli risponda. In ogni modo però, centrale nella sua biografia e riferimento per la sua carità evangelica è l’episodio di come egli si ammalò di mal caduco. Racconta la sua Legenda che, essendo mandato di convento ad Arezzo come fratello laico - la sua umiltà non gli permetteva di ascendere al sacerdozio - ed essendovi già da un anno, accadde che un giorno, andando per il contado di Arezzo, ed essendo ormai vicina la notte, per ripararsi dalla pioggia, si rifugiò insieme al compagno in uno ospizio.

Quivi era un uomo afflitto da grave e lunga malattia. Udendo il beato Giovacchino i suoi lamenti gli disse: «Fratello abbi pazienza, perché questa tua infermità ti sarà causa di salvezza». Ma costui gli rispose: «O buon frate, è più facile lodare l’infermità che sopportarla»; però Giovacchino ribatté: «Sì, ma io prego con insistenza Iddio onnipotente che ti liberi da questa infermità e ad essa sottoponga me suo servo, e ch’io non possa liberarmene se non con la morte, affinché porti di continuo nel mio corpo la pazienza di Cristo». L’infermo levatosi subito dal lettuccio, si trovò perfettamente guarito. Giovacchino, colpito da epilessia, fu da essa gravemente afflitto per tutta la sua vita e l’accettò come corona di martirio.

La Legenda si diffonde nel raccontare i prodigi operati da Giovacchino, da vivo e da morto. Ma sempre da tutto risulta, insieme alla dolcezza del suo comportamento, anche la sua ricerca di conformarsi a Gesù fino alla morte: Era il venerdì santo del 1305 e Giovacchino, mentre i suoi confratelli in coro cantavano il Passio, alle parole inclinato capite, emisit spiritum, voltò in alto lo sguardo e rese lo spirito all’Altissimo Creatore.

È chiaro che in questo articolo non possiamo riassumere tutto quanto la Legenda ci dice sul nostro beato. È certo però che il miracolo del mal caduco riassume in sé quanto di evangelico fu vissuto da Giovacchino nella sua vita (non c’è amore più grande di colui che dà la vita per il fratello).

E' normale che questo miracolo voluto dalla provvidenza, producesse la devozione e richiamasse l’attenzione dei fedeli eleggendo il beato a soccorso e difesa contro l’epilessia; e che anche l’iconografia e l’arte si impossessassero delle fonti narrative per la diffusione del culto del beato.

Ma ci sono due elementi che dobbiamo sottolineare. A Siena Giovacchino fu venerato a coppia con il suo confratello beato Francesco - v. le tavolette di Biccherna (sec. XV); il Vecchietta (ca. 1451) nel Palazzo Comunale di Siena; in un cassone con l’adorazione dei Magi di Taddeo di Bartolo († 1422 ca.) e nel quadro di Bernardino Fungai sull’altare maggiore della Chiesa dei Servi (ca. 1480), ecc. - e questo per i senesi esaltava il valore dell’amicizia cristiana che il convento dei Servi coltivava e diffondeva. Anche all’Annunziata di Firenze si venerava con il beato Giovacchino il beato Francesco, la cui immagine si trovava nel grande arco intagliato da Baccio d’Agnolo (1503) con le pitture del Perugino. Rimosso l’altare nel 1655, le parti pittoriche furono vendute ai privati e ora si trovano nei musei d’Europa e d’America. L’altro elemento che azzardo a proporre, è che i tre miracoli maggiormente rappresentati (la porta del convento che si apre da sé; il miracolo del mal caduco; il cero sospeso nell’aria) simbolicamente per i devoti di Giovacchino potrebbero indicare la Speranza di trovare in convento l’appagamento delle sue esigenze spirituali; la Fede sempre accesa nonostante le battaglie della vita; la Carità di sostenere in concreto la sofferenza altrui: insomma le tre virtù teologali (Fede, Speranza e Carità) che certamente alimentavano la spiritualità del nostro Beato.

Eugenio M. Casalini

 

 

Dalla mangiatoia al sepolcro. Dal sepolcro alla vita.

 

Rifiutato dagli uomini (non c’era posto per loro nell’albergo (Lc 2, 7), la Vergine Maria depose il suo bambino in una mangiatoia o greppia che serve al nutrimento degli animali. La possiamo immaginare intagliata nella roccia secondo lo stile del paese (Lc 2, 7; 12, 16) e sita in una grotta.

In Occidente l’ambiente e i personaggi del Natale con i loro comportamenti sono rappresentati nel presepio. Il popolo cristiano si è compiaciuto di tali avvenimenti. Comunemente, si colloca nella grotta anche un asino e un bue, sia per la verosimiglianza, sia in conseguenza di una interpretazione adattata di un testo di Isaia: Il bue conosce il suo proprietario e l’asino la mangiatoia del suo padrone (Is 1, 3).

A giusto titolo l’iconografia bizantina rappresenta questa mangiatoia in forme che somigliano a una piccola tomba. Con intuito teologico e spirituale, stabilisce uno stretto rapporto tra mangiatoia e sepolcro, sì che la prima prefigura e preannuncia il secondo e viene, dal principio alla fine della vita terrena di Gesù, delineato con chiarezza il carattere doloroso del messianismo di Colui che era appena nato. Messia doloroso a causa del rifiuto del suo popolo, fino alle estreme conseguenze.

Rifiutato dai suoi, per i quali era venuto, è accolto dalla natura: la grotta e il sepolcro. Ci sono due realtà nel Vangelo: la lancia e la spada. La lancia per squarciare il costato del Cristo dormiente sulla Croce; la spada per trafiggere il cuore della Madre. Due sole consolazioni: la Madre, Giuseppe e gli angeli che vegliano amorosamente il Bambino appena nato; la Madre e le donne fedeli che vegliano il Messia sacrificato e custodito nel sepolcro.

Così, nella mangiatoia, Gesù è deposto e custodito, umile, povero, umiliato: la mangiatoia non è il luogo degno e decoroso per qualsiasi bambino appena nato: Gesù è deposto e giace nel sepolcro, umiliato, povero come tutti coloro che ritornano alla terra (ma il suo corpo non conobbe corruzione), giacente nelle cavità della natura, come demolito e distrutto moralmente e fisicamente.Tutto ciò fu come l’inabissarsi del Figlio di Dio, a Dio uguale nella gloria, nelle estreme profondità delle umane miserie.

Ma vi fu un terzo giorno. Alle prime luci di quel giorno foriero di un mondo nuovo, il Messia obbediente, umile e umiliato, ritornò alla vita proprio nel corpo ormai anch’esso risplendente di luce divina, immortale, incorruttibile e datore di vita. È l’ottavo giorno secondo il computo ebraico; per i cristiani diventa il primo (domenica: giorno del Signore) simbolo di quel giorno che non conoscerà tramonto. È la risurrezione: colui che giaceva (come un giorno giaceva nella mangiatoia) nell’oscurità della terra si alza di nuovo.

Scaraventando via la grande pietra sepolcrale, per potenza propria, Egli appare ormai come il Vivente, il vincitore, il Signore, il dominatore dei secoli: Cristo non patisce più, non muore più. E gli angeli che, sulla grotta di Bethleem cantavano gioia e pace, ora cantano la vittoria e si fanno annunziatori del grande evento. Gesù è la vita, è datore di vita. Tutto ciò che Egli ha compiuto, lo ha fatto per noi, spinto da un amore sconfinato.Il cristiano è colui che, con la fede, la vita cristiana e le buone opere si innesta in Cristo, diventando in certo qual modo, ciò che Egli è. Il Natale è natale anche del cristiano; la Risurrezione è risurrezione anche per il cristiano.

Tutto è meravigliosamente descritto e spiegato nel prologo del Vangelo di S. Giovanni (1, 11-12):

Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto A quanti, però, l’hanno accolto ha dato potere di diventare Figli di Dio ...

p. Gino M. Da Valle

 

 

San Giuseppe e i Servi di Maria

 

La devozione dei Servi al santo sposo di Maria è documentata fino dal Trecento. La chiesa di San Giuseppe a Bologna, considerata la prima in tutta Europa, pervenne all’Ordine al tempo di Bonifacio VIII, e con Bolla del 26 giugno 1306 l’antico ospizio non fu considerato più annesso al convento di S. Elena, ma convento vero e proprio da cui dipendeva S. Elena stessa.

Tutti i frati, eccetto il parroco, dovettero trasferirvisi e vi rimasero circa per due secoli e mezzo: nel 1566 passarono in una chiesa sempre intitolata a S. Giuseppe.

Nella chiesa di S. Marco a Todi invece vi fu la cappella di S. Giuseppe dove nel 1317 fu portato il corpo del ‘santo padre’ Filippo Benizi.

Infine, forse proprio anche per queste vicende e la conseguente devozione, le Costituzioni dei Capitoli nel 1324, stabilirono la celebrazione dell’ufficio, cioè la liturgia, al 19 marzo per tutte le chiese dell’Ordine.

 

 

Immacolata Concezione (8 dicembre).

 

La stella del mattino appare al sorgere dell’aurora ed è un emblema di Gesù, di Maria e della rinascita dell’anima.  ricordata in un inno di S. Ambrogio del IV secolo Aeterne rerum conditor (creatore eterno dell’universo):

 

Si desta la stella del mattino / e sgombra il cielo dall’oscurità. / La schiera degli errabondi lascia la via dei misfatti ... (vedi a lato)

Una sequenza medievale di anonimo, cantata dai Servi di Maria nella Messa della Madonna del sabato, ricorda:

AVE stella matutina, peccatorum medicina, mundi princeps et Regina, / sola virgo digna dici, contra tela inimici clypeum pone salutis, tuae titulum virtutis: / O sponsa Dei electa, / esto nobis via recta / ad aeterna gaudia.

 

Ti saluto stella del mattino, rimedio ai peccati, sovrana e regina del mondo, degna di essere detta unica vergine. Contro gli intrighi dei nemici, poni lo scudo di salvezza, vanto della tua perfezione. O sposa di Dio eletta, sarai tu per noi la via retta alla gioia eterna.

(dal periodico bimestrale della SS. Annunziata 6-2004).

 

 

Presentazione di Gesù al Tempio

 

2 febbraio (già festa della Purificazione di Maria). Gesù è presentato, riconosciuto, ricevuto e benedetto da Simeone ed Anna, che hanno amato Dio con speranza e fedeltà.

 

Maria è la porta del cielo: porta il Figlio con le mani e Simeone lo annunzia quale Signore della vita e della morte e Salvatore del mondo.

 

 

Annunciazione e Venerdì Santo

 

Secondo un’antica tradizione riportata da Brunetto Latini (Tesoro) Cristo muore il giorno dell’ Annunciazione, anche se non cade di Venerdì Santo.

Non solo: il 25 marzo è considerato il giorno della Creazione, della Caduta di Adamo ed Eva e a Firenze il primo giorno dell’anno.

Anche il sogno di Dante Alighieri e l’inizio della Commedia, collocati tradizionalmente nella notte tra Giovedì e Venerdì Santo, secondo un’ipotesi suggestiva, avvennero nella notte del 24-25 marzo e non in quella del 7-8 aprile 1300 (secondo il computo comune degli anni Pasqua cadeva il 10 aprile).

La Divina Commedia è in stretta relazione con il mistero della morte e della resurrezione del Cristo. Visione della Parola che si fa carne, rappresenta il senso del cammino della vita umana ...